Chris Olszewski / CC BY-SA 4.0
A luglio li hai sentiti in un cortile, con il palco addossato a un muro e il pubblico in piedi sulla ghiaia. A ottobre gli stessi cinque musicisti, la stessa scaletta e quasi lo stesso impianto suonano in un club da trecento posti, e sembra un altro gruppo. La voce sta più avanti, la batteria è più grossa, il basso a tratti impasta tutto e il chitarrista sembra aver alzato il volume anche se non ha toccato niente.
Non hanno cambiato nulla. È cambiato lo spazio, e lo spazio è metà del suono che arriva alle orecchie. All’aperto ciò che esce dalle casse ti raggiunge una volta sola e poi se ne va. Al chiuso ti raggiunge decine di volte: prima diretto, poi rimbalzato dalle pareti, dal soffitto, dal pavimento, dalle persone davanti a te.
Da settembre in poi la stagione dei concerti rientra fra quattro muri, e vale la pena sapere che cosa quei muri fanno al suono. Non serve un corso di acustica: bastano tre concetti e qualche numero per capire perché una serata funziona e un’altra no, e per scegliere meglio dove mettersi.
Il riassunto in cinque righe
- All’aperto il livello cala di circa 6 decibel ogni volta che raddoppi la distanza dalle casse. Al chiuso, oltre un certo punto, smette di calare.
- Il riverbero è la coda del suono nella sala: sotto il secondo si capiscono le parole, sopra i due secondi la musica si allarga e il ritmo si sporca.
- I bassi sono la frequenza che cambia di più: al chiuso si accumulano negli angoli, all’aperto si disperdono e servono più casse per lo stesso effetto.
- La sala piena suona diversa dalla sala vuota: il pubblico assorbe, e il soundcheck si fa senza pubblico.
- Il volume non è mai neutro. In un concerto amplificato si sta spesso sopra i 100 decibel, e questo ha conseguenze misurabili sull’udito.
Che cosa cambia nell’acustica dei concerti al chiuso
In uno spazio chiuso il suono che ti arriva è la somma di due cose. La prima è il suono diretto, quello che viaggia in linea retta dalla cassa all’orecchio: netto, con l’attacco delle note ben leggibile, e con una direzione precisa. La seconda è il campo riverberato, cioè tutte le riflessioni che tornano dalle superfici con qualche millisecondo di ritardo.
Vicino al palco domina il suono diretto. Allontanandosi, il diretto cala e il riverberato resta costante: esiste una distanza, chiamata distanza critica, oltre la quale i due si equivalgono. Da lì in poi camminare indietro non abbassa quasi più il volume, ma peggiora la definizione. È il motivo per cui in fondo a una sala rettangolare il concerto è forte quanto a metà, però più confuso.
L’acustica dei concerti al chiuso si gioca quasi tutta su questo equilibrio. Un locale con molte superfici assorbenti — tende, moquette, pannelli, un pubblico numeroso — abbassa il campo riverberato e lascia lavorare l’impianto. Un locale con pareti nude, vetro e cemento lo alza, e il fonico è costretto a togliere energia dove la sala ne aggiunge.
All’aperto il suono se ne va, al chiuso torna indietro
All’aperto, senza superfici vicine, vale una regola semplice: ogni volta che la distanza dalla sorgente raddoppia, il livello scende di circa sei decibel. Sei metri contro tre metri sono sei decibel in meno; dodici metri contro sei, altri sei. È il motivo per cui in un prato la differenza tra la transenna e il fondo del campo è enorme, molto più che in una sala.
C’è anche l’aria di mezzo. Su distanze lunghe l’aria assorbe le alte frequenze più delle basse, e il livello di umidità cambia quanto. Da lontano, in un concerto all’aperto, i piatti e le consonanti si perdono prima del basso: non è il fonico che ha sbagliato, è la fisica dell’aria.
Poi c’è il vento, che sposta il suono sottovento e lo toglie sopravvento, e ci sono i gradienti di temperatura. Nelle sere in cui l’aria in quota è più calda di quella al suolo, il suono viene piegato verso il basso e arriva più lontano del previsto: è la stessa ragione per cui un concerto estivo si sente distintamente a chilometri di distanza e non nel giardino a duecento metri, riparato da un edificio.
Il tempo di riverbero è il numero che spiega quasi tutto
Il tempo di riverbero è il tempo che il suono impiega a spegnersi in una sala dopo che la sorgente ha smesso. Si misura in secondi e definisce il carattere dello spazio più di qualsiasi altro parametro.
Un teatro pensato per la parola sta di solito attorno al secondo: la coda breve tiene le sillabe separate. Una sala da concerto per orchestra sta più in alto, intorno ai due secondi, perché la coda lunga fonde gli archi e dà quel senso di suono che avvolge. Un club piccolo sta molto sotto, spesso poco più di mezzo secondo, ed è la ragione per cui i club amplificati funzionano bene con la musica ritmica. Una chiesa può superare i quattro secondi, e a quel punto ogni nota si sovrappone alla successiva.
Da qui discende una cosa che sorprende chi non ci ha mai fatto caso: uno spazio non è buono o cattivo in assoluto, è adatto o inadatto a un repertorio. La musica antica e la polifonia nascono in luoghi molto riverberanti e li sfruttano. Un quintetto elettrico nella stessa chiesa suona pastoso, con il rullante che sbava e il basso che diventa una nota sola. Vale la pena tenerlo presente anche quando si sceglie fra due concerti acustici nello stesso fine settimana.
Le basse frequenze sono la prima cosa che cambia

Sotto un paio di centinaia di hertz, in un ambiente piccolo, il suono smette di comportarsi come un’onda che viaggia e diventa un insieme di risonanze della stanza. Le lunghezze d’onda dei bassi sono paragonabili alle dimensioni del locale: una nota da 50 hertz è lunga quasi sette metri. In quel regime la stanza rinforza certe note e ne cancella altre, e la differenza fra due punti distanti tre metri può essere enorme.
È l’effetto che spiega la sensazione più comune nei club: in un punto il basso è una massa indistinta, sposti due file e all’improvviso le note si distinguono. Non sei tu, è un ventre di pressione contro un nodo. Gli angoli sono la zona in cui tutti i modi si sommano, e infatti sono il posto peggiore in cui ascoltare musica con molto basso.
All’aperto succede il contrario. Senza pareti che le rinforzino, le basse frequenze si disperdono in tutte le direzioni e vanno prodotte per intero dall’impianto. Per questo un palco all’aperto ha una fila di subwoofer che in un club non serve: fuori il locale non regala niente, dentro regala anche troppo.
La stessa formazione in quattro spazi
| Spazio | Riverbero indicativo | Che cosa senti | Dove conviene stare |
|---|---|---|---|
| Club da trecento posti | Circa mezzo secondo | Attacco netto, bassi forti e disomogenei | A metà sala, lontano dagli angoli |
| Teatro all’italiana | Circa un secondo | Voci leggibili, dinamica ampia | Platea centrale, prime file dei palchi |
| Sala da concerto | Circa due secondi | Suono che avvolge, ritmi meno incisivi | Centro, non troppo avanti |
| Palco all’aperto | Praticamente assente | Suono asciutto, alte frequenze che calano con la distanza | Sull’asse delle casse, entro le prime file di torri |
I valori di riverbero sono ordini di grandezza validi per orientarsi, non misure di una sala specifica: due teatri della stessa epoca possono differire parecchio a seconda dei materiali e della capienza.
Volume e udito: i numeri da conoscere prima di entrare
Un concerto amplificato lavora quasi sempre fra i 100 e i 110 decibel ponderati A davanti all’impianto. Non è un eccesso: è il livello a cui la musica dal vivo dà la risposta emotiva che il pubblico si aspetta. È però un livello che l’orecchio tollera per tempi brevi.
La normativa italiana sul rumore nei luoghi di lavoro, che riguarda tecnici e musicisti, fissa 80 decibel A come valore inferiore di azione su otto ore, 85 come valore superiore e 87 come valore limite di esposizione. Il conto si basa sull’energia: ogni 3 decibel in più dimezzano il tempo di esposizione consentito. Da 85 decibel per otto ore si passa a 88 per quattro, 91 per due, 100 per un quarto d’ora circa.
Sul fronte del pubblico, lo standard internazionale per i luoghi di intrattenimento pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda ai locali di non superare una media di 100 decibel A su quindici minuti, oltre a mettere a disposizione protezioni e zone di riposo acustico. Per l’ascolto in cuffia la stessa organizzazione indica 80 decibel A per quaranta ore settimanali negli adulti e 75 nei bambini.
La protezione funziona ed è economica. I tappi in schiuma attenuano molto, spesso trenta decibel e oltre, ma tagliano le alte frequenze assai più delle basse: il concerto diventa cupo. I tappi con filtro a risposta piatta, quelli venduti per i musicisti, attenuano meno — indicativamente da quindici a venti decibel — e lo fanno in modo uniforme, quindi la musica resta equilibrata e più bassa. Per un concerto di due ore in prima fila sono la scelta che permette di sentire tutto e uscire senza fischio nelle orecchie.
Un fischio o un’ovattatura che dura ore dopo il concerto non è un ricordo della bella serata: è il segnale che l’esposizione è stata eccessiva. Se non passa entro un giorno o due, o se si ripete dopo ogni concerto, vale la pena parlarne con un medico.
Quello che fa il fonico e che non si vede

Il soundcheck non serve solo a controllare che i microfoni funzionino. Serve a misurare la sala e a togliere ciò che la sala aggiunge: se un ambiente risuona su una banda stretta, quella banda va attenuata sul mixer, altrimenti su ogni nota che la tocca il volume salta.
C’è però un problema strutturale: il soundcheck si fa a sala vuota, e il pubblico è materiale assorbente. Trecento persone abbassano il riverbero e assorbono soprattutto le medie e le alte frequenze. Il primo brano del concerto è spesso il vero soundcheck, ed è la ragione per cui la seconda o terza canzone suona quasi sempre meglio della prima.
All’aperto entrano in gioco le torri di ritardo, le casse piazzate a metà campo. Il suono viaggia a circa 340 metri al secondo, cioè impiega quasi tre millisecondi per metro: le torri vengono ritardate elettronicamente in modo che il loro suono arrivi allineato a quello del palco principale. Se il ritardo è calcolato bene, l’orecchio continua a localizzare il suono sul palco anche se il volume viene da venti metri più avanti.
Sul palco si sente un’altra cosa
Chi suona non ascolta il concerto che ascolti tu. Sul palco arrivano i monitor, gli amplificatori dei colleghi e il ritorno della sala, tutti mescolati e con un equilibrio completamente diverso da quello del pubblico. Un batterista dietro i suoi piatti riceve livelli molto alti che nessuno in platea sente allo stesso modo.
Per questo negli ultimi anni molti gruppi sono passati agli auricolari isolanti al posto delle casse spia. Cambiano due cose: il volume complessivo sul palco scende, il che riduce anche il suono parassita che finisce nei microfoni, e ogni musicista riceve una miscela costruita su misura. Il prezzo è la sensazione di essere staccati dalla sala, che alcuni compensano con un microfono ambientale.
Questa differenza spiega anche perché un gruppo che si dice soddisfatto della serata possa aver suonato in una sala che dal fondo non funzionava, e viceversa. Il giudizio di chi era sul palco e quello di chi era in platea si riferiscono a due suoni fisicamente diversi.
Come ascoltare la differenza alla prossima serata
Non serve strumentazione. Bastano tre prove, e si fanno mentre il gruppo suona.
- Prima dell’inizio, batti le mani una volta sola in un punto della sala vuota e ascolta la coda. Se senti un rimbalzo secco e ripetuto, ci sono due pareti parallele nude e la serata avrà problemi di medie frequenze.
- Durante il primo brano, spostati di cinque o sei metri e ascolta solo il basso. Se cambia di molto, sei in una sala dominata dai modi: cerca il punto in cui le note del basso si distinguono.
- A metà concerto, chiudi gli occhi per dieci secondi e prova a dire da dove viene la voce. Se la localizzi sul cantante, l’impianto è allineato; se sembra venire dalla cassa più vicina, sei fuori asse e ti conviene spostarti verso il centro.
Una volta fatta l’abitudine, la differenza fra un cortile d’estate e una sala d’autunno smette di sembrare un capriccio del gruppo. Anche i concerti di musica classica si leggono così, con la differenza che lì non c’è impianto a correggere niente: la sala è lo strumento, e il posto che scegli conta ancora di più.
Chi passa dalle rassegne estive alle stagioni al coperto se ne accorge nel giro di due serate. Lo stesso vale al contrario: molti gruppi costruiti sul suono di sala perdono metà del loro peso quando li si ascolta in un campo, e quello che d’estate sembrava un problema di impianto era soltanto l’assenza di pareti. Discorso analogo per i concerti intimi in spazi piccolissimi, dove il suono diretto vince su tutto e l’amplificazione serve appena.
Domande frequenti
Perché in fondo alla sala sento forte ma capisco meno?
Perché oltre la distanza critica il campo riverberato prevale sul suono diretto. Il livello resta alto, ma le riflessioni arrivano con ritardi diversi e impastano gli attacchi delle note. È il caso classico in cui spostarsi avanti di dieci metri migliora la definizione senza cambiare granché il volume percepito.
I tappi per le orecchie fanno perdere il concerto?
Quelli in schiuma tolgono soprattutto le alte frequenze e in effetti scuriscono il suono. I modelli con filtro a risposta piatta abbassano tutte le bande in modo simile: il concerto resta lo stesso, solo più basso. Molti musicisti li usano sul palco proprio per questo.
Perché il concerto all’aperto si sentiva meglio da lontano che da vicino?
Succede quando si è fuori dall’asse di copertura delle casse principali o troppo vicini al palco, dove arriva anche il suono dei monitor e degli amplificatori sul palco. Più indietro, sull’asse e nel raggio di una torre di ritardo, l’impianto è progettato per dare la risposta migliore.
Un locale con il soffitto basso suona peggio?
Non necessariamente peggio, ma diverso: le riflessioni dal soffitto arrivano prestissimo e si sommano al suono diretto creando cancellazioni sulle medie frequenze. Se il soffitto è trattato con materiale assorbente il problema si riduce molto, e molti club piccoli suonano bene proprio per questo.
Perché lo stesso gruppo alza il volume in sala e non all’aperto?
In genere non lo alza: al chiuso l’energia riflessa si somma a quella diretta, quindi a parità di impostazioni il livello percepito è più alto. All’aperto il fonico deve spingere di più per ottenere lo stesso effetto, e infatti gli impianti da esterno sono dimensionati diversamente.
Le limitazioni di rumore valgono anche per i concerti all’aperto?
Sì. La normativa quadro italiana sull’inquinamento acustico prevede limiti per le sorgenti sonore, e per gli spettacoli temporanei i comuni possono rilasciare autorizzazioni in deroga con orari e livelli fissati caso per caso. È il motivo per cui una rassegna estiva chiude a un’ora precisa e nella stessa città un’altra può andare avanti più a lungo.
