Pete Brown / CC BY 2.0
La scena si ripete a ogni stagione di saggi e di concerti. Corde nuove montate la sera prima, brillanti e squillanti al primo accordo, e già dal secondo brano il sol scende, poi il si, poi tutto il resto. Fra un pezzo e l’altro si riaccorda, e intanto il pubblico aspetta.
Il problema non sono le corde, è il momento in cui sono state montate. Una corda appena messa in tensione continua ad allungarsi per ore, e il manico impiega qualche giorno ad assestarsi sulla nuova tensione complessiva. Entrambe le cose finiscono da sole, ma non in dodici ore.
Due settimane prima è l’intervallo che risolve tutto: lo strumento ha tempo di stabilizzarsi, la brillantezza eccessiva del set nuovo si smorza sulle prime ore di studio, e alla data si arriva con un suono maturo invece che con un cantiere aperto. Qui sotto ci sono i segnali che dicono quando intervenire, gli intervalli per tipo d’uso e la procedura completa.
Prima di aprire la busta
- Il momento giusto: da dieci a quindici giorni prima della data, mai la vigilia.
- Il segnale principale: la corda non tiene più l’accordatura fra una sessione e l’altra.
- Il tempo necessario: quaranta minuti la prima volta, venti quando la procedura è acquisita.
- Il passaggio critico: l’avvolgimento sulla meccanica, non il nodo al ponte.
- Da avere sotto mano: tronchesino, avvolgitore, panno asciutto, accordatore e una matita a mina morbida.
- Da non fare mai: montare corde d’acciaio su una chitarra classica. La struttura non è progettata per quella tensione.
Quando cambiare le corde della chitarra: i segnali
La domanda su quando cambiare le corde della chitarra ha una risposta che si legge sullo strumento, non sul calendario. I segnali arrivano quasi sempre in questo ordine.
Il primo è timbrico: la brillantezza cala e il suono diventa opaco. È graduale e per questo si nota poco, finché non si monta un set nuovo e il confronto diventa evidente. Chi vuole accorgersene prima può registrare trenta secondi con il telefono il giorno del cambio e riascoltarli dopo un mese.
Il secondo è l’instabilità. Una corda consumata non torna al punto di partenza dopo un bending o dopo qualche minuto di uso, e va ritoccata di continuo. Se lo strumento si scorda fra una sessione e l’altra pur restando in custodia, il set è arrivato alla fine.
Il terzo è tattile e si sente passando il polpastrello sotto la corda, all’altezza dei tasti. Le corde avvolte sviluppano piccoli avvallamenti nei punti di contatto: quando si avvertono con il dito, l’intonazione lungo il manico è già compromessa.
Il quarto è visivo. Opacizzazione, macchie scure, tracce di ossido sulle avvolte, e nei casi peggiori l’avvolgimento che si apre. Quest’ultimo segnale non ammette rinvii, perché la corda si spezza poco dopo, quasi sempre nel punto in cui è già indebolita.
Perché due settimane e non la sera prima
Una corda metallica appena montata si allunga sotto carico. Il fenomeno è rapidissimo nei primi minuti, resta misurabile per alcune ore e si esaurisce nell’arco di un paio di giorni di uso normale. Finché dura, l’accordatura cala verso il basso e non c’è tecnica che lo eviti, si può solo accelerarlo.
Il secondo assestamento è quello del manico. Un set nuovo esercita una trazione leggermente diversa da quella del set esausto, soprattutto se cambia il calibro, e il legno risponde con una curvatura che si stabilizza in due o tre giorni. Se l’azione risulta cambiata dopo il montaggio, conviene aspettare quel tempo prima di toccare qualsiasi regolazione.
C’è infine una ragione musicale. Un set appena messo suona molto brillante, con un attacco vetroso che in registrazione può servire ma dal vivo spesso non aiuta, perché accentua il rumore delle dita e i passaggi acuti. Bastano tre o quattro ore di studio perché il suono si assesti su un timbro pieno e più equilibrato.
Chi registra ha esigenze opposte e la finestra si accorcia: nella maggior parte dei casi il set ideale ha fra le ventiquattro e le quarantotto ore di vita, abbastanza da tenere l’accordatura e ancora abbastanza brillante da reggere il microfono. È una regola che vale anche per chi lavora nel proprio home studio con mezzi essenziali.
Ogni quanto, in base a come suoni
| Tipo di uso | Corde | Intervallo indicativo | Che cosa anticipa il cambio |
|---|---|---|---|
| Studio quotidiano, un’ora al giorno | Acciaio non trattato | Da tre a cinque settimane | Sudorazione acida, mani non lavate |
| Uso saltuario, poche ore a settimana | Acciaio non trattato | Da due a tre mesi | Ambiente umido, strumento fuori custodia |
| Concerti regolari | Acciaio non trattato | Ogni due o tre date | Luci calde sul palco, sessioni lunghe |
| Qualsiasi uso | Rivestite o trattate | Da due a tre volte più a lungo | Rivestimento che si sfoglia sotto i tasti |
| Chitarra classica | Nylon e bassi avvolti | Da due a quattro mesi | I bassi cedono molto prima dei cantini |
Gli intervalli qui sopra sono ordini di grandezza della pratica corrente, non una scadenza. Due persone che studiano lo stesso tempo possono consumare le corde con una differenza di settimane, perché la composizione del sudore e l’abitudine a lavarsi le mani prima di suonare pesano più della quantità di ore.
La procedura in dodici passi

- Prepara il piano di lavoro: superficie morbida, strumento in piano, un supporto sotto il manico all’altezza del tacco.
- Allenta la corda ruotando la meccanica nel verso che abbassa il tono, fino a toglierle completamente la tensione.
- Sfila la corda dal ponte. Sulle acustiche si estrae il pirolo facendo leva in modo uniforme, mai tirandolo di lato.
- Con le corde tolte, pulisci la tastiera con un panno asciutto e rimuovi il deposito che si accumula ai lati dei tasti.
- Controlla le sedi del capotasto e del ponte: rigature profonde o bordi taglienti si vedono a occhio e vanno fatti sistemare.
- Passa una punta di matita a mina morbida dentro le sedi del capotasto. La grafite riduce l’attrito e mezza corda su due si rompe proprio lì.
- Fissa il capo della corda al ponte e verifica che sia in sede prima di mettere tensione.
- Misura l’eccedenza: la corda va tagliata o piegata lasciando circa due dita oltre la meccanica di destinazione.
- Avvolgi in modo ordinato, giri accostati e sempre verso il basso: due o tre giri per i cantini, due per le corde avvolte.
- Porta in tensione lentamente, controllando che la corda scenda nella sede corretta e non salga sopra il bordo.
- Stira la corda e riaccorda. Ripeti finché resta stabile per un minuto intero.
- Taglia l’eccedenza a filo del perno e verifica l’intonazione confrontando l’armonico e la nota premuta al dodicesimo tasto.
L’ultimo passo è quello che si salta più spesso ed è il più informativo. Se la nota premuta al dodicesimo risulta più alta dell’armonico, la lunghezza vibrante va allungata agendo sul ponte; se risulta più bassa, va accorciata. Su una classica non si può intervenire, e il confronto serve comunque a capire quanto lo strumento sia in ordine. Chi vuole rivedere il rapporto fra armonici, note e posizioni sul manico trova un ripasso utile nelle note musicali spiegate dalla scala al pentagramma.
Lo stiramento controllato che evita metà dei problemi
Stirare significa portare la corda a fine allungamento in pochi secondi invece che in molte ore. Si afferra la corda in un punto, la si solleva di uno o due centimetri con un movimento lento e la si accompagna giù. Si ripete in tre o quattro punti diversi lungo la lunghezza vibrante.
Dopo ogni passaggio la corda risulterà calante, anche di parecchio. Si riaccorda e si ripete. Tre cicli bastano quasi sempre; al quarto la variazione diventa minima e la corda è pronta. Se dopo cinque cicli continua a scendere in modo evidente, il problema non è la corda ma l’avvolgimento sulla meccanica, che si sta assestando su se stesso.
L’errore da evitare è la forza. Tirare con decisione fa saltare la corda oppure deforma l’avvolgimento delle bordone, che perde uniformità e da quel momento suona sorda in quel punto. Il gesto giusto è lento e leggero: si sta accompagnando un allungamento, non provocandolo.
Una alla volta oppure tutte insieme
La risposta dipende dal ponte. Sugli strumenti a ponte fisso, comprese acustiche e classiche, si possono togliere tutte le corde senza conseguenze, ed è l’unico modo per pulire bene la tastiera. Lo strumento non va però lasciato scarico per giorni: si toglie, si pulisce, si rimonta nella stessa sessione.
Sui ponti mobili la regola si rovescia. Un ponte flottante tenuto in equilibrio dalle molle si sposta appena cade la tensione, e rimettere tutto a posto richiede più tempo del cambio stesso. Anche i ponti semplicemente appoggiati, come quelli delle chitarre archtop e degli strumenti ad arco, perdono la posizione e vanno riallineati. In entrambi i casi si procede una corda alla volta.
L’idea che togliere tutte le corde danneggi il manico non regge alla prova dei fatti: la variazione di curvatura è temporanea e rientra da sola appena si ripristina la tensione. Il danno arriva da altro, cioè dallo strumento lasciato senza corde per settimane in un ambiente con umidità variabile.
Classica, acustica ed elettrica: tre materiali, tre tempi

Sull’elettrica si usa acciaio con avvolgimento in nichel o in acciaio nichelato. I calibri più diffusi partono da nove o da dieci centesimi di pollice per il cantino, e la differenza fra i due si sente sia sotto le dita sia nella tenuta dei bending. L’assestamento è rapido: poche ore di uso e il set è stabile.
Sull’acustica le due famiglie correnti sono il bronzo fosforoso, più caldo e con una durata maggiore, e la lega ottanta e venti, più brillante all’inizio e più rapida a spegnersi. I calibri leggeri partono da dodici centesimi, i medi da tredici, e il salto fra i due cambia in modo netto la tensione totale sulla tavola armonica.
Sulla classica i cantini sono in nylon, monofilamento o rettificato, mentre i bassi hanno un’anima multifilamento con avvolgimento metallico. Il nylon si assesta molto più lentamente dell’acciaio: servono diversi giorni prima che tenga davvero, e questo sposta la finestra utile prima di un concerto ad almeno tre settimane.
Le corde da classica si fissano al ponte con un nodo e richiedono più giri sul rullo delle meccaniche. È la parte che fa sbagliare i principianti: un nodo che scivola non si vede finché non cede, quindi conviene bloccare il capo facendolo passare due volte e tirare con calma controllando che resti in sede.
Il cambio di calibro non è solo una questione di comodità
Passare da un calibro all’altro cambia la tensione complessiva che agisce sul manico, e il manico risponde. Dopo due o tre giorni conviene controllare la curvatura e, se necessario, farla regolare da chi se ne occupa. Su una classica il problema non si pone perché non c’è nessuna barra interna da regolare, e per questo la scelta della tensione delle corde va fatta con più attenzione.
Salire di calibro richiede anche di verificare le sedi del capotasto. Una corda più grossa che non entra bene resta in tensione a valle e a monte in modo diverso, si incastra, e quando si accorda salta di colpo a una nota più acuta. Il sintomo è inconfondibile: un piccolo scatto sonoro mentre si gira la meccanica.
Scendere di calibro crea il problema opposto. La corda balla nella sede, produce ronzii sui tasti bassi e perde definizione. Nessuna delle due situazioni si risolve suonando: sono lavori da dieci minuti su un banco attrezzato, e vanno fatti prima della data, non dopo.
Gli errori che si pagano sul palco
- Il cambio della vigilia. È l’errore più comune e il più facile da evitare, perché costa solo pianificazione.
- L’avvolgimento disordinato. Giri sovrapposti che si assestano durante il concerto e fanno calare la corda a metà brano.
- L’eccedenza lasciata lunga. Si impiglia nei cavi, taglia le dita e nelle chitarre con paletta piccola vibra contro il legno.
- Nessun ricambio in borsa. Un set completo e una corda singola dei calibri che si spezzano più spesso occupano niente e risolvono tutto.
- Non riaccordare dopo la prova del suono. Sotto le luci lo strumento si scalda e sale di tono, e la differenza è udibile dalla prima nota.
Come farle durare il doppio
La causa principale di degrado non è il tempo ma il contatto con la pelle. Lavarsi le mani prima di suonare e passare un panno asciutto sulle corde alla fine di ogni sessione, anche sotto, allunga la vita del set in modo evidente e non costa nulla. È l’unica abitudine che ha effetto misurabile su tutti gli strumenti a corda.
Contano poi la custodia e l’ambiente. Uno strumento lasciato appoggiato in una stanza umida o vicino a una fonte di calore consuma le corde molto più in fretta e si scorda continuamente. Chiuderlo in custodia dopo l’uso è il secondo gesto con il rapporto migliore fra fatica e risultato.
Le corde rivestite costano da due a tre volte una serie normale e durano in proporzione, con un timbro leggermente meno brillante e una sensazione più liscia sotto le dita. Per chi studia ogni giorno il conto torna quasi sempre; per chi suona un’ora a settimana la differenza non si recupera.
Chi ha una routine quotidiana ottiene il risultato migliore inserendo il controllo delle corde dentro il rituale di studio, allo stesso modo in cui si controlla la postura o si accende il metronomo. Il principio è identico a quello degli esercizi quotidiani che valgono per la tastiera: un gesto piccolo e regolare batte un intervento grande e tardivo.
Domande frequenti
Posso cambiare solo la corda che si è rotta?
Sì, se il set è recente. Su corde con più di un mese la nuova avrà un timbro e una risposta diversi dalle altre, e la differenza si sente in registrazione più che dal vivo. In quel caso conviene sostituire tutto e tenere quella singola come ricambio.
Quanto tempo prima di una registrazione conviene montarle?
Fra ventiquattro e quarantotto ore, con almeno mezz’ora di uso in mezzo. Prima di così restano instabili, dopo perdono l’attacco brillante che serve per emergere nel missaggio. La finestra è più stretta di quella del concerto perché il microfono legge dettagli che in sala si perdono.
Le corde nuove si rompono più spesso?
Si rompono soprattutto nel punto in cui sono state piegate male durante il montaggio, oppure sul capotasto se la sede è ruvida. Un avvolgimento fatto con calma e un passaggio di grafite nelle sedi riducono quasi a zero le rotture nelle prime ore.
Le corde vecchie possono danneggiare lo strumento?
Non lo danneggiano, ma lo fanno lavorare peggio. Un set esausto ha tensione irregolare fra una corda e l’altra, l’intonazione lungo il manico si perde e si finisce per compensare con la mano, prendendo abitudini scorrette che poi restano.
Serve un avvolgitore o basta girare a mano?
Basta girare a mano, l’avvolgitore fa solo risparmiare tempo. Quello che serve davvero è il tronchesino: tagliare l’eccedenza con le forbici rovina il filo e lascia un capo schiacciato che si sfilaccia.
Come si trasporta uno strumento appena rincordato?
Normalmente, in custodia, senza allentare nulla. Allentare le corde per il trasporto serve solo in caso di viaggio in stiva o di forti sbalzi termici, e comunque va fatto di poco: una discesa di un tono è sufficiente e non obbliga a rifare tutto l’assestamento all’arrivo.
